“Bosseide” di Nando Vitali a Lux in Fabula

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L’ultimo romanzo di Nando Vitali, “Bosseide”, è stato presentato a Lux in Fabula sabato 18 aprile. Moderatori del dibattito Davide D’Urso e Francesco Mari. Il romanzo è una sorta di epopea dell’uomo camorrista colto alla fine della sua vicenda di potere.

Al momento del declino e del tramonto il Boss, chiamato il più delle volte con il solo epiteto, sente su di sé il peso sempre più greve di una vita tutta dedicata al male; dopo averne goduto i frutti sente avvicinarsi il momento di pagarne il prezzo, e quasi se lo augura, per poter uscire dal ruolo. Boss, ormai sessantenne, è padrone incontrastato di un luogo definito il Paese, che si identifica senza difficoltà come il quartiere di Bagnoli. Da ragazzo ha mosso i primi passi della sua futura carriera mostrando subito un carattere spietato e orgoglioso, non disposto a farsi mettere i piedi in testa da nessuno, ben consapevole che chi non vuole essere pecora deve farsi lupo senza esitazioni. Una legge che vale in ambienti popolari e malavitosi ma anche in contesti ben più ripuliti ed evoluti, aggiungeremmo noi.

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A sessant’anni, sazio di potere e di ricchezza, rimpiange i suoi affetti: la moglie morta di malattia, il figlio ammazzato dal capo-clan rivale che attende ancora la sua vendetta. L’umanità è per lui divisa in due universi inconciliabili: i cari, in numero di due, meritevoli di amore ma inesorabilmente strappatigli dalla sorte, e tutti gli altri esseri umani che possono essere sciolti nell’acido o dati in pasto ai maiali senza remore. Alla coscienza di Boss questo non si presenta mai come una contraddizione. Finché la contraddizione si incarna in un bambino, presumibilmente dell’età del figlio quando l’hanno ammazzato, sul quale, a rigore di logica e di legge, si dovrebbe riversare la sua vendetta più atroce.

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E invece davanti a questo bambino il Boss esita, prova sentimenti umani, forse paterni. E qui il suo castello di potere è destinato a crollare, perché è proprio grazie a quell’assenza di sentimenti “non selettivi” che il Boss è riuscito a diventare quello che è. Come accade all’Innominato con Lucia, una notte in compagnia della propria vittima è la molla che scatena le energie compresse capaci forse di scacciare il male. Anche se Boss non giunge mai a mettere in dubbio la proprie scelte, a compiere una seria revisione della propria vita. Tutto ciò che mostra è la stanchezza, probabilmente inevitabile dopo una vita passata ad annientare e annientarsi.

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Alle spalle del travaglio di Boss, la cui storia si alterna a quella dell’amico Antonio, il romanzo presenta uno spaccato sociologico di quello che è il mondo malavitoso o sub-malavitoso purtroppo così capillare nella realtà meridionale: disoccupazione, violenza, miti consumistici come il feticcio della moto, presenze femminili il cui ruolo è limitato a quello di trofei sessuali e merce da scambiare. E ancora i riti religioso-tribali, il mito del “rispetto” che in realtà è solo il risvolto della prevaricazione e della paura, la presenza preponderante delle organizzazioni criminali come unico e solo centro di potere. Realtà che conosciamo troppo bene e che l’autore ci mostra nella loro semplice banalità.

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Il libro non è assolutamente la storia di una redenzione: il mondo criminale va avanti da sé in base alle sue leggi immutabili, ineluttabili, così come tutte le comunità umane hanno sempre fatto e sempre faranno, e l’uscita di scena di un Boss è funzionale al naturale ricambio degli uomini che ne sono semplici tasselli. La potenza illimitata di Boss, che ritiene addirittura di poter condurre un dialogo con il solo Padreterno, non è che il simulacro di quella forza che in realtà sta divorando la sua esistenza e che lo cancellerà senza lasciare alcuna traccia di lui, come i corpi umani che lui stesso ha dissolto.

Marina Vagnoni

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