“La donna immaginaria” di Maria Rosaria Selo

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La donna immaginaria” è una raccolta di racconti di Maria Rosaria Selo.
Il titolo anticipa quella che è una delle caratteristiche principali del libro, e che è anche una sorta di marchio di fabbrica dell’autrice: il gusto e l’abilità nel miscelare efficacemente reale e surreale, con lo sguardo di chi vede nelle cose qualcosa che va oltre le cose stesse e che in alcuni flash si manifesta a chi sa coglierlo.
Anche in questi racconti, come in opere precedenti, l’autrice manifesta un sincero amore per il romanzo gotico, le atmosfere retrò, il feuilleton, i cui caratteri sono recuperati senza camuffamenti e giocano con raffinatezza nelle variegate vicende dei racconti. Come nelle antiche formule magiche, le parole non sono mai spese a profusione ma soppesate, perché ogni frase possiede una potenza di significazione e va usata con ponderazione: così è possibile trovare sprazzi di saggezza illuminanti lanciati in tre parole.

Il libro si compone di quattro sezioni. La prima parte si intitola Chiaroscuri.

Qui la fantasia poetica tesse vicende, forse reali forse immaginarie, intorno a nomi importanti che si svelano solo alla fine. Ogni racconto è una passeggiata nel buio e spesso deve essere riletto una seconda volta dopo essere arrivati in fondo, a causa di quell’ultima parola che improvvisamente illumina il senso del percorso tortuoso che ci ha condotto fin lì. Ci si chiede per tutto il tempo quale sia il filo che unifica quelle vicende oscure, quegli intermezzi di pensieri che volano da un personaggio all’altro e sembrano scollegati tra loro. Oppure il senso di particolari che sembrano gettati lì per un puro gusto pittorico, e invece celano significati spiazzanti, come la felce tenuta in mano dalla signora sul tram.
Ogni racconto cammina sul filo del rasoio, con l’apparenza di un quadretto puramente descrittivo, episodi di vita quotidiana in sordina, fino a che rivela invece il senso di uno squarcio profondo sulla vita interiore ed esteriore di personaggi celebri o uomini qualunque, e su lati misteriosi della realtà.
La seconda sezione si intitola La scatola nera delle storie.

Questa sezione è quasi interamente dedicata al dolore. Le storie sono nere, nere davvero: ognuna di loro è una pillola di disperazione, frammenti di vite apparentemente senza vie d’uscita, salvo qualche sprazzo illuminante di speranza e tenerezza. Emblematico in questo senso il racconto “Feuilleton”: qui l’autrice tesse un’atmosfera di autentico feuilleton, con la ripresa di tutti i caratteri cari alla letteratura nazionalpopolare degli ultimi due secoli, ma senza caricatura. Ѐ improbabile che una storia così possa toccare le corde di smaliziati lettori del XXI secolo, ed è sorprendente che uno scrittore decida di appropriarsi di temi e linguaggi così manifestamente polverosi. Eppure la storia risulta candidamente toccante, si legge con il sorriso di chi recupera vecchie foto della nonna e vi scorge un mondo ormai completamente andato.
La terza sezione si intitola Racconti poco seri di eros e cucina.

Il tono cambia di colpo: spuntano racconti frizzanti, ironici e a tratti autenticamente comici, tutti incentrati su tematiche erotiche e culinarie come annuncia il titolo. Anche qui un cliché piuttosto abusato, come l’associazione tra cibo e sesso, viene accolto e sviluppato fino alle estreme conseguenze, fino a sfociare nel grottesco, ma anche qui con un tocco di tenerezza e di empatia che rende il tutto umano e veritiero.
Il libro si chiude con una chicca autobiografica, un sereno racconto di un episodio dell’infanzia in cui l’autrice avanza finalmente sul palcoscenico, dopo essere stata tutto il tempo dietro le quinte a dirigere i suoi personaggi, qua e là manifestandosi in modo più scoperto.
Napoli è spesso sullo sfondo, come accade quasi sempre nelle opere di scrittori partenopei. Come se la città fosse una pelle impossibile da staccare da sè. E in pochi flash la città viene dipinta impietosamente per quello che è, sempre con amore, ma senza indulgenza: “Guardati attorno, guarda quanti colori. Ne teniamo talmente tanti che alla fine la città è diventata nera. E che vuo’ fa’? Chiunque arriva ne getta un altro, e getta oggi e getta domani, non sappiamo neanche noi che colore è”.
O ancora: “L’inverno è una stagione che a Napoli fa una scelta. Non c’è posto per lui nelle case in collina, sul pendio dolce di Posillipo, dove il sole si specchia nelle vetrate eleganti che guardano il mare, e riscalda i salotti profumati di fresie e ciclamini. Invece, l’inverno scende nei vicoli, lì dove il sole non arriva mai, dove le case e i bassi sono addossati, intrecciati come mani in preghiera. Così s’infila, soffiando sotto gli spifferi e nei pertugi, ghiacciando i pavimenti, seccando i panni stesi da un balcone all’altro, con le lenzuola che al vento si avvolgono su se stesse e poi si gonfiano come vele al mare”.
Come nel libro precedente, il dolore è sempre sullo sfondo e in diversi racconti, non pochi, è protagonista indiscusso. Si tratta di un dolore esplorato in molteplici sfaccettature, che sia per cause di ingiustizia sociale, per la perdita di persone amate, per ossessioni di colpa o per accadimenti traumatici che strappano l’innocenza, od anche un dolore inspiegabile da cui si può rinascere. Salvo imbattersi in una sentenza che non lascia scampo e capovolge ogni retorica consolatoria: “Il dolore lo avvolsi in un fazzoletto bianco e lo tenni stretto a me. Mi ha aiutato a crescere, ma non a vivere. La vita è un’altra cosa”.

Marina Vagnoni

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