L’ATLANTE FARNESE

Atlas

Tra le sculture presenti nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli e appartenenti alla collezione Farnese, una risulta essere di particolare importanza per gli studi che su di essa sono stati condotti. Si tratta della statua dell’Atlante Farnese.

Rinvenuta presso le terme di Caracalla a Roma intorno al 1546, non si conosce il suo autore ma si sa che essa è una copia romana di originale greco databile II sec. d.C.. L’opera proviene dalla collezione di Paolo del Bufalo e venne acquistata nel 1562 da Alessandro Farnese. Prima di giungere a Napoli nel 1786, entrando a far parte delle eredità accumulate da Carlo III di Borbone, la statua fu sottoposta al restauro di Carlo Albacini. A quest’ultimo si devono la testa, le braccia e le gambe. Ma chi è Atlante? Diodoro Siculo (90 a.C. – 27 a.C.) ci parla di un re della Libia con questo nome, inventore della sfera celeste e del globo su cui essa venne rappresentata. Gli scrittori moderni sono convinti che questa di Diodoro sia una favola posteriore a quella degli antichi poeti greci, secondo la quale Atlante aiutò i Titani nella lotta contro gli dei, ecco perché Zeus lo condannò a reggere il mondo sulle spalle.
La statua rappresenta un uomo barbuto che tenta con tutte le sue forze di sostenere il globo celeste. Il corpo nudo mostra i suoi muscoli possenti nello sforzo estremo. La lavorazione della barba ci permette di avvicinare la statua al modello figurativo caro alla tradizione microasiatica di Rodi, mentre il panneggio del mantello, gonfio e pesante alla produzione tardo ellenistica. Sul globo sono rappresentati l’equatore, l’eclittica con la fascia dei 12 segni dello zodiaco, i cloruri (2 cerchi meridiani che passano per i poli e per i punti dei solstizi e degli equinozi),i due circoli polari. Lo scultore si basò per fare questi disegni in rilievo sul poema di Arato (310 a.C.-240 a.C.), poeta greco che parafrasò in versi i Fenomeni dell’astronomo Eudosso (408 a.C.-355 a.C.), anche se questi commise degli errori. Vennero rappresentati infatti i due circoli ad una distanza polare di 40° e 41°, ovvero alla stessa latitudine della Macedonia, distanza ricorrente per i due circoli tutte le volte che i Greci procedevano alla realizzazione di Globi celesti.

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Nella parte superiore del globo farnesiano, dove si trova l’emisfero boreale (polo artico), non sono leggibili bene le costellazioni a causa del deterioramento del marmo. In questa zona c’è una cavità forse effettuata in un secondo momento per utilizzare la scultura come fontana e porvi alla sua sommità o una Vittoria o un Giove; la parte inferiore invece, quella dell’emisfero australe o antartico, che poggia sulle spalle dell’Atlante, è stata posta qui perché non si conoscevano le costellazioni di questa parte di cielo.
Dopo Eudosso e Arato ci fu la redazione da parte di Ipparco di Nicea (190 a. C.-120 a.C.) di un catalogo con la descrizione di 1080 stelle, e successivamente con Tolomeo (100 d.C.-175 d.C.) venne creato l’Almagesto, catalogo stellare dal nome arabo datato 140 d.C. e dedicato all’imperatore Antonino Pio. Tolomeo fece confluire al suo interno le conoscenze apprese dal catalogo di Ipparco, facendo in modo che questo non andasse perso. Studiosi come gli astronomi Francesco Bianchini e Gian Domenico Cassini datano la statua farnese intorno al 150 d.C., in età antonina. Sotto Antonino l’iconografia dell’Atlante si riveste di un ulteriore significato: l’Atlante è come l’imperatore, egli sostiene il peso della volta celeste così come questo l’impero.
L’Atlante Farnese è attualmente visibile nella Sala della Meridiana del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, così chiamata per la presenza di una meridiana tracciata nel 1790-93 da Giuseppe Cassella.
Germana Volpe

Bibliografia:
Historiographic and numerical notes on the Atlante Farnese and its celestial sphere, Vladimiro Valerio-Wien-1987
Sfere terrestri e celesti di autore italiano oppure fatte o conservate in Italia, Matteo Fiorini, (Roma 1899).
The Farnese sculptures, Edited by Carlo Gasparri- Napoli: Electa Napoli 2009.
Le sculture ideali, a cura di Carlo Gasparri; testi di Carmela Capaldi e Stefania Pafumi; fotografie di Luigi Spina, Milano, Electa 2009.

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