Étienne-Jules Marey nell’Archivio Storico della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli

Nel corso del mese di giugno 2014 l’associazione Lux in Fabula ha realizzato al Museo Pan una rassegna di quattro incontri dedicata all’immagine e alle arti visive: Lux in Pan: l’immagine dalla lanterna magica ai droni.

Uno di questi incontri è stato incentrato su uno dei precursori della cinematografia, il fisiologo francese Étienne – Jules Marey. Questi lavorò per 25 anni a Napoli e qui svolse parte delle sue ricerche sul modo di catturare il movimento.

Per ricordare questa importante figura di studioso, Claudio Correale, presidente di Lux in Fabula ed esperto di precinema, ha realizzato nel 2013 un documentario di 10 minuti sulla figura di Marey a Napoli, dal titolo: Dalla fotografia al cinema: Marey e lo “Scemo di Posillipo”.

Il lavoro è stato presentato presso il Pan in un incontro-conferenza curato dall’Archivio storico della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Fu proprio la Stazione, infatti, ad ispirare in parte gli studi che avrebbero portato alla realizzazione di importanti strumenti precinematografici: Marey era un frequentatore dell’istituto e passava molto tempo ad osservare le vasche dell’acquario, studiando da vicino il movimento degli animali.

L’archivio custodisce alcune preziose testimonianze della presenza di Marey a Napoli, e questo ha portato ad una collaborazione tra la SZN e l’Associazione Lux in Fabula fin dall’inizio del 2014. Abbiamo voluto ripercorrere le tracce lasciate da questo grande scienziato nella nostra città, e dunque abbiamo intervistato Massimiliano Maja, archivista dell’istituto di ricerca SZN nella Villa Comunale e custode della sua memoria storica. Ecco il suo racconto.

 1, Marey a Napoli

Chi era Marey e come giunse a diventare “inventore”?

“Étienne -Jules Marey era un fisiologo. Studiò medicina a Parigi e si laureò con una tesi sulla circolazione del sangue, cosa che lo spinse a interessarsi al movimento e quindi a realizzare la strumentazione propedeutica ai suoi studi. Egli non fu un inventore puro ma sempre un inventore a scopo scientifico. In più, gli strumenti che utilizzava erano spesso ripresi da altre già esistenti, che lui adattava, modificava e perfezionava. Il primo strumento da lui realizzato nel 1860 fu lo sfigmografo, che gli permetteva di studiare le pulsazioni nel polso.

Come nasce il suo legame con Napoli?

Non abbiamo certezze sull’origine del suo legame con Napoli, ma questo nacque presumibilmente da una relazione che ebbe con Madame Vilbort, moglie di Joseph Vilbort, direttore del Globe. Questa donna soffriva di una malattia neurologica molto seria e le fu detto che l’aria e il clima del golfo di Napoli potevano farla stare meglio. Marey seguì questa donna a Napoli e trascorse circa 25 anni insieme a lei, comprando poi casa a Posillipo – Villa Maria – nel 1880.

Posillipo

Posillipo

Quali sono i primi contatti con la Stazione Zoologica?

A Napoli Marey cominciò ad avere contatti con Anton Dohrn. Il primo contatto ufficiale è testimoniato da una lettera del 1 novembre 1876, con la quale Marey si era rivolto alla Stazione Zoologica per chiedere delle torpedini vive. Tra i servizi che offriva la Stazione Zoologica c’era infatti la possibilità di avere animali vivi per fare ricerche: in quegli anni Marey già si avviava ai suoi studi sul movimento e quindi aveva bisogno di questi animali.

Ѐ possibile comunque che dei contatti non ufficiali con Dohrn ci fossero già stati. Come abbiamo visto, Marey era a Napoli dal 1870, più o meno negli stessi anni in cui era arrivato anche Anton Dohrn, e i due avevano molti interessi in comune, perché in quegli anni la Stazione Zoologica era molto fervida dal punto di vista scientifico, con grandi scienziati che vi giungevano da tutto il mondo.

Che tipo di servizi offriva la Stazione Zoologica?

I tavoli di studio della Stazione erano messi a disposizione dei ricercatori sulla base di una convenzione con i governi dei Paesi di provenienza. Per una somma che si aggirava sulle 2500 lire annue Dohrn forniva una serie di servizi: animali vivi, laboratori, biblioteche, preparati scientifici, la possibilità di andare in barca per pescare, ed altro ancora.

Marey non poté usufruire di tutto questo perché una convenzione con la Francia non era ancora stata attivata, ma certamente – oltre a chiedere animali vivi a Dohrn – frequentava la Stazione: probabilmente veniva in visita, girava per l’istituto e per i laboratori, aveva scambi con gli studiosi che vi lavoravano.

Il fucile fotografico realizzato da Marey nel 1882

Il fucile fotografico realizzato da Marey nel 1882

Quali testimonianze abbiamo del rapporto tra Marey e Dohrn?

Al di là degli interessi scientifici, Marey ebbe rapporti personali molto stretti con Anton Dohrn. In una foto, ad esempio, il fisiologo viene ritratto nella barca Johannes Müller dove Dohrn portava gli ospiti illustri, il che vuol dire che era considerato un amico. Un’altra foto mostra una gita in montagna in una località non ben identificata, in cui ci sono Marey e Dohrn con un altro ricercatore ritratti di spalle, mentre camminano.

Abbiamo inoltre una fitta corrispondenza, su cui è in corso uno studio, tra Marey e Dohrn, che è perlopiù di carattere personale. In più, morta Madame Vilbort, Marey decise di andar via da Napoli per proseguire gli studi altrove, e scrisse a Dohrn chiedendo di fargli da tramite per vendere la Villa Maria – che fu poi acquistata dalla figlia di Werner Siemens, famoso industriale tedesco.

C’è un legame tra la Stazione Zoologica e gli studi sulla fotografia?

Sì, tutto lascia pensare che l’interesse per la fotografia sia stato incentivato dalla frequentazione della Stazione Zoologica. Tra i collaboratori di Dohrn c’era infatti Wilhelm Giesbrecht, un fisiologo autore di pregiatissimi album fotografici custoditi nell’Archivio: tra le 1800 foto di Giesbrecht molte ritraggono il mare, il movimento delle onde. Ѐ plausibile che La Vague (L’onda), il primo film di Marey, sia stato ispirato anche dalla vista di quelle foto oltre che dalle vasche dell’acquario.

Anche se non ne abbiamo documentazione, si può ipotizzare che Marey e Giesbrecht abbiano avuto scambi sul tema del movimento. Certamente ebbero contatti personali, tant’è che custodiamo una bellissima foto a casa di Marey in cui c’è Anton Dohrn e c’è anche Elizabeth Giesbrecht, moglie dello scienziato.

Lo stesso Marey in un suo articolo afferma di essere stato molto ispirato dal movimento delle onde del mare e dalle vasche osservate nell’Acquario di Napoli: uno scenario incredibile dove poteva osservare gli animali in vita, e la cosa era di grande stimolo per i suoi studi sul movimento.

Marey con il cronofotografo

Marey con il cronofotografo

La fotografia fu importante per le scienze naturali in quegli anni?

Certamente, le immagini erano fondamentali per gli studiosi. Prima dell’avvento della fotografia gli scienziati si avvalevano di pittori: a partire dal 1870 la Stazione Zoologica aveva dei disegnatori come Merculiano, Serino e Manzoni, artisti di professione che disegnavano gli animali dal vivo. Chi vede oggi questi disegni li considera vere e proprie opere d’arte, ma l’intento di chi li aveva ingaggiati era semplicemente quello di avere disegni da inserire nelle pubblicazioni, servizio che rientrava nel pacchetto offerto agli studiosi.

Nel periodo in cui operava Marey c’erano già studi sulla fotografia e il movimento: c’era stato Muybridge, esistevano strumenti ottici come il revolver di Janssen ed altri. Marey però fu il primo ad usare questi strumenti in modo scientifico e li perfezionò per adattarli alle sue esigenze: cioè osservare nel dettaglio il movimento degli animali.

Quali strumenti realizzò?

Il primo strumento realizzato da Marey fu il fucile fotografico. Si tratta di un tubo che contiene un obiettivo, ed è in grado di fotografare l’oggetto 12 volte al secondo, con un tempo di posa di 1/720 di secondo. Da più fonti si racconta una storia molto curiosa in merito a questo strumento. Marey lo usava per “sparare” ai gabbiani: andava per le strade e puntava il suo fucile, ma i passanti non sentivano il botto e non vedevano uscire fumo dalla canna, né animali cadere, mentre lui sembrava molto soddisfatto. Per questo gli fu affibbiato l’appellativo di “matto di Posillipo”.

Nel 1888 Marey poté impiegare una nuova tecnica inventata da Eastman nel 1885, cioè la futura carta Kodak. Questa gli permise di realizzare il cronofotografo a pellicola, di fatto una macchina da presa, che espone la pellicola 20 volte al secondo.

Disegno di Marey del 1894

Disegno di Marey del 1894

Che ruolo ebbe Marey nella storia della cinematografia?

L’importanza di Marey nella storia della fotografia e del cinema fu notevolissima. Lui diceva di non essere interessato alla fotografia in sé, in quanto la strumentazione gli serviva soltanto per le sue ricerche sul movimento. Ma pur non volendo ha dato un grande contributo alla cinematografia e ne è a buon diritto considerato uno dei precursori, insieme a Stanford e a Muybridge ed altri.

C’è un fatto che è emblematico di questo. Marey aveva un allievo prediletto, Demeny, che quando lui non era a Napoli (cioè da aprile a ottobre) svolgeva funzioni di vice per tutte le sue attività. Dalla corrispondenza Marey – Demeny, che si trova in Francia, emerge che a un certo punto i loro rapporti si logorarono: pare infatti che l’allievo avesse fatto brevettare il cronofotografo ideato da Marey, cosa che naturalmente lo fece andare su tutte le furie. Comunque a un certo punto l’interesse per le potenzialità commerciali di questi strumenti emerse anche in Marey: egli tentò di venderli, ma poiché non li pubblicizzava abbastanza non riuscì nel suo intento.

Quale fu invece il suo contributo dal punto di vista strettamente scientifico?

Il suo contributo come fisiologo puro riguarda soprattutto lo studio del movimento, a vari livelli, di cui si occupò per tutta la vita: prima la circolazione del sangue, poi il moto degli animali terrestri, marini e volatili, per poi passare alle onde del mare. La sua carriera iniziò un po’ in sordina, perché non riuscì a ottenere un dottorato subito dopo la laurea, per cui fittò una casa e allestì un piccolo laboratorio, dove cominciò gli studi sugli organi. Per questo egli stesso si definiva, ironicamente, “fisiologo da camera”. Poi nel 1869 divenne professore al Collège de France e iniziò una lunga carriera accademica, che durò fino alla morte.

Fotogramma del 1890

Fotogramma del 1890

Ci racconta un po’ di storia della Stazione Zoologica?

Anton Dohrn era un darwiniano, ed immaginò una serie di stazioni di posta in giro per il Mediterraneo dove uno scienziato potesse restare da sei mesi a un anno, e poi proseguire gli studi negli altri istituti. La sua prima idea fu di fondare la Stazione Zoologica a Messina, che era un po’ la Mecca degli scienziati, ma presto si rese conto che era una città un po’ provinciale. Durante un viaggio di ritorno in Germania ebbe l’idea di fondare la stazione a Napoli, che era invece una metropoli europea, meta di turisti, e grazie al suo grande golfo poteva fornire una ricca fauna ittica.

La Stazione Zoologica nel 1873

La Stazione Zoologica nel 1873

Nel 1870 cominciò ad avere contatti col Comune di Napoli, con la mediazione di Paolo Panceri, uno zoologo molto apprezzato in Italia. Non fu certamente facile avere il suolo perché era un luogo molto ambito, ed era improbabile che uno studioso straniero, sconosciuto, potesse ottenere un simile spazio all’interno della Villa comunale. Alla fine comunque riuscì nell’intento, e nel 1873 nacque il primo edificio, che nel corso del tempo fu seguito da altri due edifici.

La grande innovazione fu quella di abbinare alla stazione di ricerca un acquario, non solo con intento spettacolare per attirare visitatori ma anche per consentire lo studio degli animali dal vivo. All’inizio Dohrn pensava di poter pagare le spese del primo istituto con i soli biglietti dell’acquario, ma si rese conto che era impossibile e perciò ideò il sistema dei tavoli di studio da affittare.

Un’altra fonte di entrate erano i preparati scientifici realizzati nel reparto di conservazione. Infatti si andava a pesca tutti i giorni, per riempire le vasche e fornire gli animali ai ricercatori, e una parte del pescato veniva stoccato e usato successivamente per realizzare i preparati. Inizialmente questo reparto fu affidato a un tedesco, August Müller, che morì dopo pochi anni. Il successore fu Salvatore Lo Bianco, personaggio alquanto singolare: questi era uno scugnizzo napoletano, figlio del portinaio di palazzo Torlonia a Posillipo dove abitava Dohrn, che si appassionò al lavoro nella Stazione. Con lo studio e la pratica divenne in breve tempo così bravo che alla morte di Müller gli fu affidato il reparto di conservazione. Alla fine della carriera ebbe anche la laurea honoris causa in Scienze naturali dall’Università di Napoli.

La storia dell’istituto dopo la morte di Dohrn fu molto travagliata. Nel 1909 Reinhard Dohrn, uno dei 4 figli di Anton, divenne il direttore. Nel 1915 fu costretto ad andare via da Napoli a causa del conflitto mondiale e del clima fortemente anti-germanico che imperversava. Affidò l’istituto a Federico Raffaele, professore di zoologia e uomo di fiducia del padre, che gli faceva da vice mentre lui era in giro per il mondo a procurare fondi per l’istituto, proprio come faceva il padre. Il Ministero, però – viste le crescenti difficoltà di gestione dell’Istituto – decise di creare una commissione di gestione straordinaria presieduta da Monticelli, professore universitario, per fare un inventario e capire di quanti fondi ci fosse necessità per la sua gestione. Nel 1918 si decise di far diventare l’istituto un Ente morale e di fatto di escludere i Dohrn.

Benedetto Croce, che era Ministro della Pubblica istruzione, nel dicembre del 1920 fece abrogare il decreto di Ente morale, e in un famoso discorso al Senato sostenne il ritorno dei Dohrn, perché il Comune non avrebbe mai potuto gestire l’istituto. Il Comune però rivendicò ancora la proprietà della Stazione e iniziò una causa, che si chiuse nel 1922, quando il tribunale diede ragione a Dohrn. Quindi venne stipulata una convenzione e l’istituto ridivenne Ente morale nel 1923. I Dohrn non erano più i proprietari ma restavano alla direzione: Reinhard Dohrn rimase come direttore tecnico e amministratore delegato fino al 1954, poi gli successe il figlio Pietro fino al 1967. Dopo un’altra fase travagliata, la Stazione divenne un ente pubblico nel 1982.

Quali sono il ruolo e le attività dell’Archivio Storico?

L’Archivio storico conserva i documenti dal periodo della fondazione (1872). Il documento più antico è il primo registro di protocollo di Dohrn, che risale al 1868. A parte la corrispondenza tra Dohrn e ricercatori stranieri, c’è un ricco fondo fotografico (album di Giesbrecht, foto dell’edificio, della Sala degli affreschi, e altre foto tematiche), planimetrie, disegni scientifici, amministrazione (bilanci, fatture, verbali, ecc.).

Le attività dell’archivio riguardano gestione (servizi al pubblico come consultazione, riproduzioni, pratiche per permessi di pubblicazione), e tutela (salvaguardia del patrimonio, valorizzazione). Al giorno d’oggi gli archivi non si possono considerare dei luoghi dove le testimonianze storiche debbano venire “sepolte” e dimenticate. Sempre più queste strutture devono aprirsi e si apriranno all’esterno, per far conoscere quei documenti che hanno segnato la storia umana e scientifica del proprio Paese.

L’evento curato nell’ambito della rassegna Lux in Pan è stato un esempio di questo ruolo che gli archivi stanno assumendo: mostre, convegni e quant’altro fanno sì che la cittadinanza possa accedere ai documenti, leggere la storia direttamente sulla carta”.

Si ringrazia Massimiliano Maja (Archivio Storico della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli)

Marina Vagnoni

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