“Insulto dunque sono” di Giovanna Buonanno: piccoli avvertimenti contro il razzismo contemporaneo

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Insulto dunque sono della scrittrice e studiosa di pedagogia Giovanna Buonanno, uscito nel 2013, è un libro che raccoglie, essenzialmente, gli epiteti ingiuriosi più tipici che le varie popolazioni hanno avuto (ed hanno) il “piacere” di darsi l’un l’altra, facendone un’attenta disamina storico-sociale, che può essere molto utile ai cittadini di oggi, frastornati, come sono, dalle urla che sentono in televisione e, metaforicamente, sui giornali.

Il libro inizia e si conclude con alcuni aneddoti autobiografici dell’autrice, come per esempio la variopinta onomastica usata dai genitori di una sua amica verso i propri figli: “l’attualità” scrive la Buonanno “continuò ad aprirsi un varco negli anni Ottanta, grazie all’ assunzione di nomi una volta ritenuti curiosi come quelli di Martina, della sua sorellina Andrea (che confermò la tendenza al gradimento di nomi neutri, tipica di questi anni) e del fratellino Christian, frutto dell’esterofilia e dell’abitudine a copiare i nomi dei campioni sportivi prediletti”.

Si entra, poi, nel clou del libro, con la definizione degli etnonimi, che sono delle “denominazioni di popoli, genti e tribù […] spesso caratterizzati da suffissi semplici che la grammatica definisce elementi di derivazione che li contraddistinguono quali categorie speciali”.

Con uno stile un po’ freddo e tecnicistico, l’autrice passa poi ad analizzare interessanti differenze linguistiche su questo argomento, come quella riguardante l’inglese, che più precisamente dell’italiano fa una netta distinzione tra il nickname e lo slur: il primo sarebbe equivalente “ai nostri significati di soprannome, nomignolo, pseudonimo o falso nome; l’altro, ben più specifico, […] significa denigrazione e, insieme, farfugliamento, pronuncia indistinta o smozzata.”

Si passa poi a definire le caratteristiche degli eteronimi (parole create da un popolo per denominarne un altro), che sono direttamente proporzionali all’instabilità di una società: “più le società sono instabili” ci dice la scrittrice “o conflittuali, più cresce la necessità di inventare nuove parole per l’identificazione”.

Un difetto del libro è che spesso l’autrice si dilunga troppo nell’ elenco di questi eteronimi, soffermandosi molto su quelli ingiuriosi: “gli statunitensi deridono i messicani chiamandoli Aztec, generalizzando sulla loro discendenza. Gli immigrati messicani vengono denominati chuntarios (rurali, contadini); sono stranieri e poveri (come allude la locuzione Mexican Breakfast, “colazione alla messicana”, composta di sigarette e un bicchier d’ acqua), […] pochos (letteralmente immaturi, cioè persone solo parzialmente assimilate alla cultura americana” e via di questo passo, per numerose pagine.

Ci sono poi analisi approfondite di quelle categorie mentali chiamate stereotipi, che vengono così descritti: “sulla base di una conoscenza superficiale e, soprattutto, semplificata di una popolazione, o di un gruppo sociale, tendiamo ad attribuire ad ogni suo appartenente le caratteristiche che abbiamo deciso le siano proprie, sulla base di dicerie, confidenze, paure collettive e opinioni circolanti nel nostro ambiente, compreso quello familiare”.

Anche i nomi propri, però, possono fungere da eteronimi: infatti, “in tutto il mondo i francesi sono additati col nome di Jean, ma gli inglesi e i nordamericani li hanno soprannominati Robert Macaire. Gli olandesi sono Dyke, dalla parola dighe, così presenti nei Paesi Bassi”.

Gli eteronimi hanno anche una funzione difensiva, in quanto servono a “colpire il nemico attraverso una sanzione, prima di tutto linguistica, che evidenzia che egli non appartiene al gruppo, non ne condivide il modello culturale, ma ne mette in discussione, e perciò in pericolo, l’identità e l’efficacia delle scelte.”

In conclusione, comunque, pensiamo che Insulto dunque sono sia un buon manuale per combattere in qualche modo il problema del razzismo che la società contemporanea è lungi dall’aver superato, in mancanza di medicine migliori contro di esso, come magari possono essere i viaggi in altri paesi, che sono, purtroppo, in questi tempi, resi difficili a molte persone dalla crisi economica.

Roberto Volpe

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