“DELITTO E CASTIGO” DI FЁDOR DOSTOEVSKIJ A LUX IN FABULA.

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Si è svolto il 31 Luglio 2014, presso Lux in Fabula, un incontro sul capolavoro dello scrittore Fedor Dostoevskij, tenuto dal volontario in servizio civile Roberto Volpe: l’incontro è consistito in alcune letture di brani dell’opera, spiegazioni della stessa, proiezione di foto dei luoghi del romanzo, e ascolto di alcune musiche italiane ed ucraine inerenti.

La trama del libro è la seguente: il protagonista di Delitto e castigo è un ex studente pietroburghese, Rodion Romanovic Raskòlnikov, che, perse alcune lezioni che lo sostentavano, è costretto ad abbandonare l’università e a vivere nella semi-indigenza, col poco denaro che riescono a mandargli la madre e la sorella, che vivono in provincia.

Questo tracollo economico getta il ragazzo in uno stato di frustrazione e di rabbiosità, acuito dal fatto che, per dargli di nuovo i soldi dello studio, la madre e la sorella decidono di combinare un matrimonio di interesse di quest’ ultima con un losco avvocato, tale Luzin, che in seguito darà prova di essere una persona malvagia e meschina. In questo stato da Amleto tradito (anche qui, infatti, come nell’opera shakesperiana, c’è un matrimonio familiare osteggiato dal figlio) il ragazzo compie un atto folle, che aveva progettato nei mesi precedenti: uccidere una vecchia usuraia presso cui aveva impegnato alcuni oggetti, per prendere i suoi soldi ed usarli per continuare a studiare, evitando così il sacrificio della sorella.

Dietro questa follia, però, c’è una teoria filosofica ben precisa: il ragazzo, infatti, pensa che l’Umanità si divida in due gruppi: gli uomini materiali, che si accontentano della vita che hanno e si comportano normalmente (lavorano, mangiano, hanno delle amicizie ecc.), e gli uomini straordinari, che hanno dentro di sé delle grandi idee, che possono portare risultati positivi per l’Umanità, e che hanno, per così dire il diritto di infrangere le leggi vigenti nella loro società, per porne di nuove .

Per cui, armatosi di un’ascia portatile, uccide la vecchia usuraia, e, per una pura coincidenza, anche la sorella di lei, che si trovava in casa in quel momento.

Raskolnikov, però, dopo l’omicidio, si sente da subito preso dai sensi di colpa e dai rimorsi, tanto da non riuscire nemmeno a toccare il denaro dell’usuraia: scopre così, con sua grande delusione, di non essere uno di quegli uomini straordinari cui pensava di appartenere, e, divorato dalla sofferenza, ma, almeno in parte, confortato dalla figura angelica ed eterea di Sonia Semenovna Marmeladova, una ragazza che è stata costretta a prostituirsi per sfamare la sua famiglia adottiva, decide di costituirsi e di affrontare il “castigo” impostogli dalla legge giuridica (in questo caso, una reclusione con lavori forzati in Siberia).

Uno dei temi chiave del romanzo, possiamo dire, è quello dell’inutilità delle pene previste dalla legislazione per i criminali: come diceva lo scrittore in una lettera al direttore della rivista presso cui collaborava, infatti, dare pene pesanti ai criminali per spaventarli dal compiere azioni malvagie è inutile, poiché sono gli stessi criminali, in un certo senso, ad esigere tali pene, al fine di purificarsi del male commesso: «Nel mio romanzo” scrive Dostoevskij “vi è inoltre un’allusione all’idea che la pena giuridica comminata per il delitto spaventa il criminale molto meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché anche lui stesso, moralmente, la richiede.»

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Ma il tema della sofferenza coinvolge anche le persone comuni: Dostoevskij, infatti, da scrittore cristiano qual è, crede che la salvezza eterna per gli esseri umani si raggiunga solo attraverso la sofferenza mondana, e che, quindi, tutto il dolore delle persone serva in qualche modo a comprare questa salvezza eterna, come dirà nella sua ultima opera I fratelli Karamazov.

Il problema del libero arbitrio e i rapporti del cristianesimo con l’Uomo sono dunque alcuni dei temi centrali del libro, affrontati in maniera magistrale da questo autore, insieme ad altri vari temi, non certo minori, come l’emarginazione delle fasce più povere della popolazione, l’alcolismo delle stesse, la prostituzione minorile.

L’ insegnamento morale che il libro ci dà, alla fine, crediamo sia nelle parole del protagonista a Sonja, nel momento in cui ella gli chiede un tragico:“«Ma allora, che fare, che fare?»

“«Che fare?” le fa eco il ragazzo, e poi le dice: “ Distruggere ciò che va distrutto, una volta per sempre, e basta: e prendere il peso del dolore sulle nostre spalle! Come? Non capisci? Capirai dopo…”

Roberto Volpe

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