MAI CHIEDERO’ IL PERCHE’ DEL MIO DESTINO (V. LUBRANO)- D’ANNUNZIO INCONTRA LONDON NELL’ “ETA’ DEI LUMI”

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Si è svolta il 17 Luglio, presso l’ associazione Lux in Fabula, la presentazione del libro: “Mai chiederò il perché del mio destino” di Vincenzo Lubrano. Si tratta di un libro atipico, in quanto, a differenza dei “romanzi e racconti classici” presenta dei protagonisti che sono tutti personaggi appartenenti al mondo animale: un mondo che, da come si capisce dalle opinioni dell’ autore, è in qualche modo da prendere “come esempio” da parte del mondo degli umani: ma procediamo con ordine.

Il romanzo breve (o racconto lungo? La copertina, in effetti, dice così) narra le avventure di Eco Ribelle, un giovane aquilotto che cerca di scappare dalla nascente civiltà urbana (siamo infatti, come ci dice l’autore, alla fine del Settecento, in piena rivoluzione industriale) e, soprattutto, di cercare se stesso e la sua “vera anima”: un Bildungsroman, insomma, se non fosse che la trama prettamente fantasy e, soprattutto, il suo tono molto leggero impediscono, crediamo, di iscrivere il libro a questo genere.

Sono presenti, tra gli altri personaggi, gabbiani che salutano in indiano (sic!) (tra l’ altro scritto in maniera errata), che accompagnano una scrittura, a voler essere sinceri, un po’ retorica e fumosa: tante bellissime parole, insomma, sull’Infinito, la Felicità e l’ Anima, come si diceva all’inizio, ma non molti contenuti, dietro di esse: Lo ringraziai, dice Lubrano, accettando il suo invito, e presi posizione nel mio VELO DI SOGNO. Una bella dimostrazione di perizia scrittoria, senza dubbio, anche se qualcuno potrebbe dire un po’ fine a se stessa.

Un altro punto migliorabile del libro, proseguendo nell’analisi, è poi la dicotomia Uomo/Natura: per Lubrano, infatti, il primo sembra essere assolutamente Cattivo, mentre la seconda assolutamente Buona, escludendo, così, tutte le opere positive dell’ Uomo (come l’Arte, la Musica, la Letteratura, l’Architettura) e quelle negative della Natura (i terremoti, gli uragani, le carestie, le alluvioni).

Ma il problema su cui ci sentiamo di consigliare una maggiore cura allo scrittore, è proprio il suo stile: ecco, infatti un altro passo significativo: “affiancammo la sincerità, l’astuzia e il coraggio, affinché del nostro viaggio ogni sfumatura e punto di vista fosse colmato con immense sensazioni” (corsivo mio).

Oppure: “Dopo ciò, ritornando alla sua buffa apparenza, si avvicinò a noi ormai stremati, con un’aria perplessa e meravigliata. <Cosa sono quelle facce? Non vi ho mica dato la caccia!>”

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Il libro sembra una versione letteraria di certo “power metal” ambientalista e sognatore, che tanto ha successo in Finlandia, Germania, e anche un po’ da noi in Italia: come alcuni gruppi power, però, anche questo scrittore, ci sentiamo di dire, deve stare attento a non ripetersi troppo, all’ interno della stessa opera (o tra più opere), e a non “calcare troppo la mano” usando un linguaggio troppo “magniloquente”.

A chi è destinato il libro, ci chiediamo in conclusione? Se è destinato ad un pubblico di persone che vogliano una lettura un po’ impegnativa e profonda, allora consigliamo di rivolgersi altrove; invece, se è destinato a lettori, magari di fascia d’età medio-bassa, che vogliano semplicemente impiegare qualche ora vagando con la fantasia, pungolata da parole sognanti sulle cose sublimi del mondo, allora “Mai chiederò il perché del mio destino” potrebbe essere un libro adatto a loro.

Roberto Volpe

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