Pozzuoli, solo per amore

pozz

Il 23 novembre del 1980 restai immobile e sconcertata dinanzi all’acquario del mio salotto.
I pesci tropicali boccheggiavano, sbattendo la coda sul pavimento. L’acqua scorreva in rivoli nelle fughe delle mattonelle, superando con guizzi leggeri i frammenti di vetro che fino a qualche istante prima avevano composto la bolla della quale tanto andavo fiera.
Intorno le pareti sembravano elastici scoccati da un bambino dispettoso e quasi si sfioravano l’un l’altra, rendendo impossibile ogni tipo di equilibrio.
Per un minuto e mezzo mi arrivavano come ovattate le urla dei vicini, mentre gli scossoni dei miei familiari mi lasciavano del tutto indifferente.
La mia mente si rifiutò di credere a ciò che stava accadendo.
Io stavo vivendo un sogno; non c’era bisogno che rispondessi.
Il terremoto in Irpinia fu quel disastro che tutti conosciamo, ma per me, da quel giorno, nulla è stato più come prima. La vita aveva assunto una veste di spaventosa precarietà. Tutto poteva sparire in un minuto e mezzo. I sogni, i progetti, le ambizioni, le aspettative.

Lì per lì sentii un’ostilità per la mia città. Ero offesa, tradita. Quasi la odiai per avermi spaventata così tanto e per aver dato uno scossone ad un popolo già martoriato. Uno scossone che altro non aveva fatto che morti tra i più poveri, e paura, e sgomento nel cuore di chiunque altro.
Ma chi vive all’ombra del Vesuvio lo sa da sempre. Napoli non ha mezze misure, o la ami o la odi. E’ come se dicesse: “Quest’è! Prendere o lasciare”.

Ma lo scorrere dei giorni smussa la memoria, e alla fine sfalda anche il dolore. Con lui si convive, a volte ci si crogiola e si va avanti, perdendosi tra mille altre cose.
E così arrivò il 4 ottobre del 1983. Era mattina presto e noi eravamo intorno a un tavolo, preparando una composizione di fiori per abbellire la colazione, quando improvvisamente tutto iniziò a tremare. La terra questa volta sfuggiva da sotto i miei piedi e ritornava, quasi ritmicamente, come una macabra danza tribale. E lì di nuovo il panico!
Quando mi riebbi dallo spavento, seppi che non era stato il terremoto la causa delle scosse, bensì il bradisismo, a Pozzuoli. Quest’antico male puteolano era tornato violento e caparbio nelle vite della gente del Sud. E così, come nel 1980, io odiai, con tutte le mie forze, una terra instabile, che non concedeva tregua e riposo, perpetuando un incubo sopito e poi rinato.

Pozzuoli la conoscevo poco e male. Prima di allora vi ero stata solo qualche volta a cena, in uno dei ristorantini sul porto. Io vivevo con un piede dentro e un altro fuori da Napoli. Dal terremoto in poi tentai di andare via, cercando magari riparo nel Lazio, in Sicilia o in Toscana. E sempre ritornavo, come fossimo ferro e calamita.

Ma quando mi recai a Pozzuoli dopo il bradisismo accadde qualcosa di straordinario. Nell’aria quell’odore forte proveniente dalla Solfatara mi entrò violento nei polmoni e mi fece respirare un’aria “altra”, piacevole e benefica. Continuando a scendere arrivai sul lungomare, e assorbii l’essenza del mare che si infrangeva sulla scogliera. E poi quella luce, la stessa che risplende su un’isola, azzurra tra cielo e mare, verde nella lussureggiante vegetazione e gialla di tufo morbido, caldo e polveroso. Passo dopo passo solcai una terra che emanava forza e calore. Quei soffioni, così poco distanti dal mare, erano il respiro stesso della natura, viva e vibrante sotto i miei piedi, infuocata e vera. Intorno solo profumo di fiori e legna di barche ondeggianti e salsedine mescolata al vino flegreo, ai limoni, al pane fresco.
Scesi fin giù al porto, tra i palazzetti aggraziati e le stradine tortuose, e mi trovai di fronte al Rione Terra. Una rocca, un castello abitato ormai solo dal ricordo di una triste diaspora. Era quasi sera, e una luna spettrale schiariva appena i meandri di quel luogo senza vita, bellissimo e inquietante al contempo. Non dimenticherò mai il rumore del mare, simile a un lamento, a un pianto sommesso lasciato vagare come un’anima disperata tra quelle mura deserte.
In quel preciso momento, nonostante le mie paure, io mi innamorai.

Ora vivo a Pozzuoli, da più di quindici anni. È qui che ho messo le mie radici. Io ho scelto questo luogo come mia città, perché l’ho sentito sulla pelle, nel sangue, negli occhi. Questa terra che sale e sale di giorno in giorno mi porta con sé, ed io salgo con lei.
Non c’è nulla che manchi in questo luogo e nulla, mai, questo luogo farà mancare a me.

Maria Rosaria Selo

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