IMMAGINA UN’ITALIA UNIFICATA DA TRUPPE PARTITE DA MATERA

Il racconto che state per leggere è ambientato a Torino. È il 2 maggio 1861. Nella sua stanza di palazzo Carignano il generale del Regio esercito borbonico Raffaele Nigro siede alla scrivania, prende penna e calamaio e scrive questa lettera alla nobilissima donna Amelia Savignano sulla conquista del Regno di Savoia.

bersagliere

Raffaele Nigro
Mia cara Amelia,
Ti scrivo da palazzo Carignano e muoio dalla voglia di vederti. Il paese è nelle nostre mani. Torino è bellissima, portici che sbucano su portici, piazze racchiuse in prospettive monumentali e che dicono quanto diversa è la Savoia dalla terra di Lucania. Laggiù, nella nostra Matera, tu vedi case affondate nella lama, muri nati da ballatoi e tufi cadenti, le strade infestate di lazzari e di greggi. E tuttavia la gente qui è malinconica e infelice. E non credo per la conquista patita. È malinconica di natura o per via delle leggi. Questa fu ragione per cui mandammo suonatori di mattinate e bandisti per i viali e dapprima la gente restava nascosta dietro le gelosie. Ma quando sentì quei suoni e quei canti da «Fenesta ca lucìve»” a «L’amore delle tre melegranate» al nostro bellissimo inno di Paisiello, si aprono le finestre e si dispongono anche i cuori verso l’armata conquistatrice. Posso dire che l’allegria napoletana ha vinto la battaglia della diffidenza.
Il Regno di Napoli finalmente si allunga dalla Sicilia alla Francia e Francesco II domina per volontà del popolo e di Dio tutta l’Italia. Se tu vedessi oggi il sergente Romano nominato Generale dell’armata Pugliese e il conte Petruccelli Della Gattina elevato a rango di Primo Ministro. Il re Vittorio Emanuele II è fuggito da Torino a gambe levate e ha cercato asilo in Francia. Da Parigi so che fomenta alcuni gruppi legittimisti e organizza piccole scaramucce. Ma il popolo è con noi, i giovani ballano pizziche e tarantelle a molti angoli delle strade e proprio stamani uno scaricatore dei Murazzi venuto a portarmi del pesce mi ha detto: «Finalmente anche in questa città si ride, neh?».
Mi manchi amore mio e mi manca il suono delle mie campane, quelle del Duomo e di San Giovanni, le passeggiate tra i vicoli della mia città scavata nella roccia, le chiese ipogee dove i Basiliani celebrarono la grandezza di Cristo e dei Santi imprimendone le effigie nel tufo. Ma queste assenze vengono colmate dai successi militari che ogni giorno riportiamo. Noi vogliamo fondare l’unità d’Italia sulla disorganizzazione organizzata, sulla musica e sull’armonia. L’Austria occupa, sì, il Lombardo Veneto, ma già Maria Sofia ha mandato due ambasciatori a suo padre, gli chiede di incontrarlo a Milano per trattare una cessione dei territori. Ma è tempo che ti racconti come prendemmo questa città.
Appena partiti da Matera puntammo a Sapri e di lì ci imbarcammo sulle navi «Posillipo» e «Maria Carolina». Ci guidava un pugliese di Gioia del Colle, il Sergente Romano. A pochi chilometri da Parma ingaggiamo la prima seria battaglia contro un battaglione di bersaglieri. Dovresti vederli questi soldati che sembrano uno stuolo di galli coperti di penne nere sopra gli elmetti. Eravamo pochi a far fronte a quegli uomini, quando dalle colline di Reggio dell’Emilia sentiamo una tromba. Erano uomini saliti dall’estremo lembo del Regno Pontificio, guidati da un capraio, un tale Carmine Crocco Donatelli. Era stato brigante di passo e, alla notizia che le truppe napoletane davano l’assalto al Regno della Savoia venivano a darci manforte, sperando in una amnistia generale. Questo Crocco è nativo di Rionero, sa poco di leggere e scrivere, ma a comandare sembra nato apposta. Così facciamo causa comune e tiriamo avanti insieme.
Ci portiamo con una marcia forzata sulla città di Alessandria e a quel punto don Petruccelli ha un’idea geniale. Chiama tutti coloro che sanno usare uno strumento e fatti munire di chitarre tammorre mandole flauti e scetavaiassi e fatti costruire tricche ballacche tamburelli e putipù a non finire arma una diecina di orchestrine e le manda verso la città di Asti con una bandiera bianca e un bando che dice così: «Dono della Reale Guardia di sua Maestà Dioguardi Francesco II di Borbone». E furono tali la felicità e l’azione che la musica operò nel cuore degli astigiani che molti si fecero coraggio, gli scontenti, gli affiliati a società segrete, i nemici giurati di casa Savoia, coloro che avevano in uggia la malinconia e la tetra nebbiosità di quel paese scesero in strada e coltivarono il sogno di cambiare governo e modo di vivere.
Vengono allora alcuni fuorusciti e urlano che la città si è sollevata e che dappertutto si balla e si canta e l’amore si fa e così cadde Asti, senza sparare un colpo. E in poche ore siamo alle porte della città e la gente si chiude nelle case temendo che i nostri vogliano darsi al saccheggio. E invece le truppe si recano al Municipio con in testa le bande di Nola e di Squinzano, coi suonatori di Pomigliano e di Viggiano, senza fare danni. Il Sergente Romano è in testa all’esercito,ha i capelli biondi e corti e in nome di re Francesco grida “Viva l’Italia napoletana”.
Durante la notte un caposquadra di Avigliano, un certo Ninco Nanco viene all’accampamento e riferisce che Vittorio Emanuele è scappato in carrozza per le valli di Susa. La notizia mette le ali ai piedi e al cuore, il Romano fa suonare l’adunata e fa avvertire il generale Van Tiern che all’alba ha intenzione di attaccare. Viene l’alba, i nostri guardano Torino e temono l’esercito di Lamarmora. Ma non lo crederesti amore mio, all’improvviso sentiamo le bande musicali e le orchestrine e le campane in una confusione di suoni e di allegrie. L’esercito nemico si era dileguato e attorno alle mura di Torino non c’è più anima viva. Di quell’esercito che ha combattuto a Custoza e a San Martino e a Solferino non c’è più traccia. Sciolto come neve. Entriamo in Torino tra una folla esultante. Io sono tra le prime file di guerriglieri, varco la porta della città e mi sento rullare il cuore.
Tuo Raffaele.

(di Anonimo)

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