1860 La Stangata

la stangata

La missione appare ardua: addirittura riscrivere la storia. Il dibattito meridionalista ha alzato parecchio la voce negli ultimi anni: iniziato come un flebile rigurgito “borbonico”, pittoresco folklore di un pugno di nostalgici monarchici armati di stemmi polverosi, rancorosi emuli del rancore leghista di segno opposto, è ormai una disputa storica che reclama attenzione. Il libro “1860. La stangata” di Francesco Del Vecchio, insegnante e ricercatore (presentato a Pozzuoli il 14 giugno 2013 presso il Naim Cafè in Via Artiaco dall’Associazione per il Meridionalismo Democratico) è uno degli ormai numerosi studi che si propongono di rivisitare la storia risorgimentale. E non semplicemente per portare alla luce fatti ignoti o episodi dimenticati, ma con il proposito ben più ambizioso di riscriverla del tutto. Da capo. Rovesciare le coordinate che hanno sostenuto la narrazione storica dei nostri ultimi 150 anni, quella narrazione che ha creato nell’immaginario la Patria, quella patria che prima non c’era e forse non c’è mai stata.

Dunque il Risorgimento non come un processo di unificazione, ma un processo di invasione, conquista, annessione. Gli eroi da manuale scolastico un manipolo di corruttori, assassini e predatori, che per risanare le finanze disastrate del Regno di Sardegna decidono di mettere le mani sulle immense risorse di cui il Sud Italia dispone, non solo in termini agricoli ma anche industriali e finanziari. Per cui corrompono lo stato maggiore borbonico, si accordano con la massoneria inglese per avere supporto finanziario. E poi, compiuta la conquista, procedono alla desertificazione, nel più classico stile coloniale: fabbriche smontate pezzo per pezzo e trasportate al Nord, casse pubbliche svuotate, scuole chiuse per dieci-quindici anni per ridurre la popolazione all’analfabetismo, leva obbligatoria che sottrae al sud la forza lavoro più valida e trasforma i renitenti alla leva – circa cinquantamila – in un esercito di “briganti”, da incarcerare e ammazzare. E poi conosciamo la storia successiva: il sud che diventa fonte di preziosa liquidità grazie all’emigrazione, che immette denaro dall’estero; serbatoio di manovalanza sottocosto per le industrie del nord; mercato dove riversare le merci prodotte al nord; immensa discarica per le scorie della civiltà industriale, prodotte in massima parte al nord; fucina di poteri criminali che hanno a poco a poco parassitato tutte le istituzioni dello Stato.

Questi sono alcuni tra i fatti evidenziati dall’autore. Vista da quest’angolazione, certamente la storia appare abbastanza diversa dal racconto ufficiale. D’altro canto, in ogni guerra esiste il racconto dell’una e dell’altra parte, ognuno fornito della sua messe di “fatti” e numeri, episodi e dati, che renderebbe generalmente molto difficile, dato che non si può mai conoscere per intero, decidere dove sta la ragione, dove la verità.
Ma un fatto che emerge è però inoppugnabile: c’è, o c’è stata, guerra. Tra due parti di un Paese che dovrebbe essere una nazione, che aspirava ad esserlo secondo il racconto noto. Potrebbe essere la nostra proiezione nel passato di un problema che è invece attuale. Ma se c’è stata guerra a quel tempo, vuol dire che il termine di “unificazione” è quantomeno improprio: due parti che vogliono unirsi si farebbero la guerra allo scopo di diventare uno?
Se questa guerra invece fosse solo un fatto sostanzialmente contemporaneo, vuol dire che comunque qualche inghippo c’è stato, se 150 anni di storia unitaria (unità così sofferta, così bramata) avessero portato a questo. E in ogni caso resta l’evidenza dei fatti: che l’Italia sia spaccata in due mondi, in due realtà che hanno poco o niente a che fare l’una con l’altra, è palese. Che un sentimento nazionale non esista, è lampante. Che un paese della Locride non sia minimamente paragonabile ad uno del Trentino, riguardo alle condizioni socioeconomiche e politiche, è inoppugnabile. E dunque un problema profondo c’è, da sempre, e non è stato mai, volutamente, affrontato.

Il problema che ci preme affrontare qui è però la cosiddetta “identità meridionale”. Accogliendo le tesi dei meridionalisti, si dovrebbe pensare che quello che era un territorio prospero, avanzato, moderno, sia stato non solo depredato, ma soprattutto lasciato nelle mani di poteri criminali che avrebbero assicurato il controllo connivente e la totale sottomissione delle forze positive prima esistenti. E, se così è stato, questo potere criminale ci sarebbe penetrato dentro, nell’anima. Ad oggi l’intreccio tra criminalità, potere politico e cittadinanza è quasi indistricabile: sarebbe molto difficile distinguere tra le responsabilità di amministrazioni corrotte ed elettori compiacenti, tra corruttori e corrotti, tra chi pratica il clientelismo come strategia di controllo e chi sul clientelismo vive e fonda la sua sopravvivenza. Tra chi compie delitti e chi finge di non vedere. Allora la domanda è: possono 150 anni di dominio coloniale produrre una tale trasformazione antropologica, un tale squarcio nella vita civile, così da infondere in un popolo intero un avvilimento da cui sembra non riuscire più a risollevarsi in nessun modo? Naturalmente si tratta di generalizzazioni che non vogliono far scomparire quanto di buono esiste nel “meridionale”: una ricchezza inestimabile, che però deve oggettivamente lottare contro ostacoli ben più ingenti che nel resto del Paese, per continuare con le generalizzazioni. La sopraffazione come modus vivendi, il “familismo amorale”, l’incuria verso tutto ciò che è patrimonio comune, la rassegnazione di chi si adatta a vivere parassitando e aspettando le briciole dalla mano del padrone, il servilismo compiacente e connivente: sono questi i veri grandi mali del nostro sud, generalmente parlando. Non c’è problema economico che tenga di fronte a una civiltà così stravolta, a una tale mancanza di senso della collettività. Cancri che appartengono all’Italia tutta, ma che qui al sud, e in alcune zone in particolare, rappresentano una cappa opprimente, inestirpabile, che schiaccia qualunque spinta in avanti. Sarà stata colpa dei Savoia tutto ciò? Non è facile stabilirlo, e certamente un dominio coloniale, se tale è stato, può causare devastazioni morali e materiali notevoli. Ma cambiare i connotati di un popolo non è impresa semplice, ed anche 150 anni di dominio forse non bastano. Allora ristabilire delle verità storiche è una sacrosanta necessità, e dovrebbe essere la missione principe di ogni storico: perché non c‘è il futuro senza il passato, e perché la storia è un terreno di battaglia troppo importante per lasciare che venga sequestrato ad uso e consumo di un raccontino troppo semplice. Allo stesso tempo guardarci indietro deve essere, per noi meridionali, soprattutto la spinta a capire cosa abbiamo mancato e cosa dobbiamo raggiungere per ritrovare la dignità che avremmo perduto, ritrovare noi stessi al di là delle brutture di cui la storia umana è purtroppo sempre generosa.

Marina Vagnoni

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