Collettiva di Arte Contemporanea “Fare Arte a Scampia”

E’ il 15 settembre 2012: data importante per chi, da diversi anni, lavora con e per il quartiere napoletano di Scampia. Oggi presso il PAN, nel cuore della Napoli borghese, si inaugura la collettiva di Arte Contemporanea dal titolo “FARE ARTE A Scampia”, aperta fino al 30 settembre 2012, che porta la “lontana” periferia di Scampia nel cuore della Napoli borghese. Varco la soglia del Palazzo delle Arti di Napoli e già scorgo volti conosciuti dagli occhi felici e pieni di speranza che accennano per me un sorriso amico: la location è cambiata quindi, da CasArcobaleno a Scampia al PAN di Napoli, ma l’atmosfera è sempre la stessa: anche al PAN mi sono sentita a casa.
La Cooperativa Occhi Aperti, che da quattro anni (dal 2009 al 2012) si occupa dell’organizzazione del Simposio Internazionale di Arte Contemporanea di Scampia, lo scorso luglio già alla sua quarta edizione, è riuscita finalmente a portare, nella “Napoli bene”, l’altra faccia di Napoli: quella “diversa, troppo lontana e, addirittura, quasi irraggiungibile”. Si sta cercando di tessere un legame dunque, tra due realtà completamente diverse, seppure distanti pochi chilometri. Risulta, per me, quasi surreale osservare con occhi stupiti che alcuni dei bambini di Scampia con le loro famiglie, siano riusciti a raggiungere Via dei Mille, quasi “sfidando” la loro routine quotidiana e “confondendosi” con la gente comune… Ma non perché essi non siano in grado di arrivare sino alla location della mostra, ma semplicemente perché dai loro occhi e dalle loro parole si capisce che raggiungere Napoli è quasi come arrivare a New York…
Tutte queste importanti novità nella loro vita li sta indubbiamente facendo crescere, a cominciare dal rapporto diretto con l’ARTE e con le artiste e gli artisti che ogni anno, da quattro anni, partecipano al Simposio Internazionale di Arte Contemporanea. Nelle due sale allestite per la mostra, site al primo piano del Palazzo delle Arti, non c’è altro che il frutto dell’esperienza vissuta direttamente o indirettamente da tutti gli artisti che hanno partecipato a queste quattro edizioni passate del Simposio: è stata scelta un’opera per ogni artista, attraverso cui si legge la propria esperienza diretta vissuta presso CasArcobaleno.
L’inaugurazione della mostra è stata allietata da una simpatica performance presentata da Enrico Müller e Antonella Prota Giurleo, curatori e coordinatori del Simposio, dove, presentatisi come all’interno di uno studio notarile, hanno letto il “Testamento di Maria Helena”, liberamente interpretato da Antonella Prota Giurleo: un inno ai colori associato a un simpatico aggettivo. Dopo la lettura, accompagnata da un inaspettato lancio di coriandoli, i presenti sono stati invitati a firmarlo ritirando poi una busta sigillata, entro la quale era presente una copia del testamento accompagnata da un collage colorato diverso l’uno dall’altro e creato dalle mani dell’artista Antonella Prota Giurleo.

Di seguito riporto l’intervista che Antonella Prota Giurleo ha concesso per LUX in FOLIO.
Rosalba Volpe: Com’è arrivata da Milano sino a Scampia?
Antonella Prota Giurleo: Cinque anni fa nella città dove vivo, Corsico, si svolse un concorso sul tema della pace. Lo vinse la cooperativa Occhi aperti ed il suo presidente, Enrico Muller, venne a ritirare il premio accompagnato da Maria de Marco, assessora alla cultura della municipalità di Scampia, e da un gruppo di quattro tra ragazze e ragazzi di Scampia che avevano partecipato al progetto Io valgo. Mi innamorai di loro e, quando Enrico chiese alle interlocutrici e agli interlocutori di recarsi a CasArcobaleno, lo presi sul serio.

R.V.:Cosa significa per Lei lavorare in stretto contatto con le persone che vivono in un quartiere come Scampia?
A.P.G.:Per me ha significato e significa confrontarmi con una realtà progetto che prevede il recupero che, dal punto di vista mediatico, viene presentata come orribile laddove, invece, vedo vivere e lavorare tante donne e uomini che,
ogni giorno, mostrano nella pratica il loro desiderio di normalità, serenità e pulizia e che nulla hanno né vorrebbero avere a che fare con la camorra. E’ incredibile la differenza che esiste tra l’esterno delle case, segnato da disattenzione e degrado, e l’interno delle stesse, pulite, ordinate, curate. E’ incredibile la forza delle donne che riescono a condurre le proprie famiglie anche quando la presenza maschile risulta inesistente. Ho ricevuto, e sempre ricevo, affetto e accoglienza sia dalle singole persone che da coloro che rappresentano le tante associazioni che operano nel quartiere.

R.V.: Da cosa/chi è nato il progetto del Simposio Internazionale d’Arte Contemporanea di Scampia?
A.P.G.: Io sono stata insegnante e, attualmente, sono artista e curatrice. Mi è parso naturale recarmi a CasArcobaleno per mettere a disposizione le mie competenze per il progetto Io valgo, progetto che prevede il recupero scolastico di ragazze e ragazzi che non hanno compiuto il ciclo di studi dell’obbligo e che vengono preparati per sostenere da privatisti l’esame di licenza media. Durante una delle mie visite ho parlato delle mie esperienze di lavoro in simposi internazionali di arte contemporanea ed è emersa la possibilità di organizzarne uno a Scampia, con base a CasArcobaleno. L’idea di Enrico Muller, e di Martin che, allora viveva nella comunità scampiese, è stata, da subito, quella che l’arte potesse diventare strumento di comunicazione e di interesse per la gente del quartiere. Enrico ha, subito, posto una condizione che caratterizza la diversità di questo simposio rispetto agli altri. La condizione consiste nel fatto che nel corso del simposio artiste e artisti partecipanti coordinino e curino laboratori aperti al pubblico, sia a CasArcobaleno che in altre sedi del quartiere. A Scampia, quindi, il simposio non è quindi luogo di confronto e di relazione solo tra le artiste e gli artisti partecipanti ma anche con la gente del quartiere.

R.V.: Con che criterio vengono scelti gli artisti che partecipano al Simposio d’Arte Contemporanea?
A.P.G.: La scelta delle artiste e degli artisti partecipanti è affidata, in qualità di curatrice, a me. Per quanto riguarda le presenze di altri paesi e italiane in generale mi baso sulla competenza professionale e sulla conoscenza personale che mi permette di valutare la capacità di adattamento a condizioni spartane in un quartiere difficile ma nel quale l’accoglienza è garantita e la capacità di relazionarsi anche in situazioni di grandi differenze linguistiche.
Per ciò che concerne le presenze napoletane, presenze alle quali tengo particolarmente, mi sono basata invece, non conoscendo personalmente le artiste e gli artisti, sui consigli di amiche ed amici del settore.

R.V.: Cosa conserva da questi quattro anni di esperienza del Simposio Internazionale d’Arte Contemporanea?
A.P.G.: – Amicizie, relazioni, affetti sia con le artiste e gli artisti partecipanti che con le socie e i soci della cooperativa Occhi aperti che con tante, tantissime persone del quartiere.
– Stima profonda per chi opera qui, volontariamente, nelle associazioni, per restituire alle persone parte del sapere e delle competenze che non sono state loro garantite
– Consapevolezza del potere dell’arte in realtà sociali spesso deprivate, arte interpretata prevalentemente in termini di gioco ma che, non per questo o forse proprio per questo, non perde la sua capacità di attrazione.

R.V.: Che aspettative ha posto in questa esperienza?
A.P.G.: Più che aspettative, direi due convinzioni profonde: – si può fare arte dappertutto – l’arte è utile e una certezza: costituisce una gioia profonda restituire arte e sapere a chi non ne ha avuto l’accesso.

R.V.: Ci racconti un aneddoto che l’ha particolarmente colpita durante la sua permanenza a Scampia.
A.P.G.: Sono talmente tanti che potrei scrivere un libro. Citerò gli ultimi:
– una bambina affacciata alla finestra di un piano alto di una torre che grida a squarciagola il mio nome per il solo gusto di salutarmi, subito raggiunta dalla sua mamma che si affretta ad imitarla.
– un’intera famiglia composta da nonna, mamma, zia, quattro bambine e un bambino che, pur avendo sbagliato fermata della metropolitana e quindi sobbarcandosi un lungo tratto di strada a piedi, è riuscita ad arrivare al PAN da Scampia per l’inaugurazione della mostra.

R.V.: Tra le 24 artiste e i 13 artisti che hanno partecipato al Simposio d’Arte Contemporanea di Scampia, ci può indicare chi l’ha particolarmente colpita e perché?
A.P.G.: Non mi è possibile indicare un artista in particolare ma desidero ricordare alcune esperienze.
La prima riguarda l’impatto del quartiere sulle artiste e gli artisti. A differenza di altri simposi a Scampia non viene dato un tema ma viene organizzata, la prima mattina di residenza delle artiste e degli artisti invitati, una visita al quartiere. La visita, guidata da Enrico Muller, permette a ciascuna e a ciascuno di raccogliere sensazioni, visioni, esperienze. Tutto ciò viene poi tradotto attraverso la sensibilità personale nelle diverse opere. Spesso il materiale trovato in quartiere o per terra o sulle bancarelle viene utilizzato per le opere. Il recupero e l’utilizzo di materiali e la forza del luogo costituiscono i fili che legano tra loro le diverse opere realizzate a Scampia.
La seconda concerne la comprensione e la comunicazione. Le differenze linguistiche nei simposi internazionali vengono risolte con l’utilizzo della lingua Inglese; le artiste e gli artisti partecipanti devono almeno cavarsela con questa lingua se desiderano comprendere le istruzioni collettive e comunicare, anche se semplicemente, con le altre persone.
A Scampia però non si incontrano solo artiste ed artisti ma persone del quartiere, persone che, nella grande maggioranza, parlano Napoletano e Italiano e molto difficilmente sanno esprimersi in Inglese.
Bene, qui tutte e tutti si capiscono.
Penso in particolare:
– a Cesar Reglero Campos e a Isabel Jover, coppia di artisti spagnoli, a Tony White, artista inglese residente in Francia, a Petri Loues, musicista finlandese. Tutti sono riusciti a sostenere conversazioni e intenti con gli ospiti della comunità Irene, comunità per persone con disagi mentali ( tra l’altro divertendosi un mondo).
– a Joelle Gandouin, artista francese, che ha collaborato alla conduzione di un laboratorio di sagome con i gessi colorati in piazza e ad uno di pittura appositamente creato per bimbe e bimbi Rom a CasArcobaleno.
– a Renuka Kesaramadu, artista indiana, alla quale non avevo chiesto di condurre un laboratorio in ragione delle difficoltà linguistiche che, quando ha inteso che parlavamo di workshop, si è inventata la performance Scampia in sari e che ha modellato sari su una quantità di corpi di donne e di ragazze aggiungendo, con estrema cura, gioielli, fiori e dettagli indiani dipinti sulle fronti.
– a Laurette Wittner, francese, e a Kinga Gyori, rumena, che hanno con pazienza insegnato tecniche al giovane Lino e alla giovane Carmela
– alla bambine e ai bambini, alle ragazze e ai ragazzi di Scampia che ben poche volte hanno chiesto interventi di traduzione e che, tra gesti e parole, chiedevano informazioni tecniche e/o personali alle artiste e agli artisti ricevendone risposte. Una gioia infinita sentire gridare ( il sussurro, qui, pare vietato…): “Csaba, Csaba!” o “Kinga!” e assistere, quando il tempo lo permette, alle comunicazioni. Ho riflettuto sulla capacità napoletana di comunicare al di là degli steccati linguistici: Napoli è una città marinara, la sua gente ha avuto modo di incontrare persone con lingue differenti in situazioni le più diverse. La gestualità napoletana, spesso considerata uno stereotipo e vista con ironia, costituisce invece un sapere che entra a pieno diritto nella cultura, così come nella cultura entrano la gentilezza e la disponibilità all’accoglienza.
Magica Napoli, magica Scampia, che permette a chi parla Napoletano di intendersi con persone di lingua differente e a chi è “straniero” di comprendere ed esplicitare, dopo pochi giorni, parole o piccoli pensieri in Italiano.

R.V.: La collaborazione con il PAN di Napoli apre buone nuove prospettive per il futuro… Siete stati in grado di portare la “lontana” Napoli della periferia nella Napoli “borghese”. E’ possibile pensare di svolgere prossimamente, magari proprio nell’ambito del Simposio, qualche giornata in collaborazione con questa struttura?
A.P.G.: Abbiamo trovato in Fabio Pascapè, direttore del PAN, una disponibilità e un’attenzione rari e saremmo ovviamente felici di poter continuare una collaborazione che permetta di accorciare, attraverso l’arte e la cultura, le distanze tra periferia e centro.
Per il simposio 2013 abbiamo già pensato che la consueta visita alla città di Napoli prevederà una sosta, non breve, al PAN, in modo che le artiste e gli artisti possano conoscere questo importante polo espositivo di arte contemporanea.
Abbiamo in mente ipotesi di collaborazione futura che sottoporremo a breve sia ad Antonella Di Nocera, assessora alla cultura, che a Fabio Pascapè. Trattandosi, per ora, di proposte, non sarebbe corretto definirle.

Ringrazio particolarmente Antonella Prota Giurleo per la concessione dell’intervista e per l’autorizzazione dell’utilizzo di alcune delle fotografie pubblicate qui di seguito, scattate da lei stessa, Fabio Cito ed Enrico Muller.

Rosalba Volpe

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