Cina e libertà di stampa

In un periodo storico estremamente complesso come quello attuale, dominato da crolli economici e rivolte popolari, sta acquisendo sempre maggiore vigore la lotta a favore della libertà di stampa, un diritto valutato come tale solo sulla carta ,ma, spesso violato o ridimensionato.

Uno dei paesi in cui questo fenomeno è particolarmente sentito è la Cina, che più di altre nazioni ha vissuto il potere coercitivo della propria politica, da sempre pronta a mettere un bavaglio non solo alla libertà di stampa ma ad ogni forma di autonomia da parte dei cittadini.

Da poco entrata nella sfera economica internazionale, la Cina compare al 174°posto nelle classifiche di tutto il mondo per libertà di stampa e di espressione, posizione che non dovrebbe destare stupore dati i decorsi storici che hanno da sempre caratterizzato questa nazione.

Il costante monitoraggio della carta stampata aveva apparentemente avuto una battuta d’arresto in vista delle Olimpiadi del 2008, evento di portata internazionale che indusse la Cina a concedere maggiori libertà d’espressione ai giornalisti sia nazionali che internazionali. Tale gesto fu probabilmente mosso dalla volontà di evidenziare la propria idoneità nel rappresentare la sede ideale dei Giochi Olimpici dell’anno precedentemente indicato.

Le promesse fatte però non durarono a lungo, i diritti umani e la libertà di stampa non furono e non sono tuttora stati ancora rispettati, si deve fare i conti giornalmente con statistiche allarmanti; solo negli ultimi mesi due giornalisti sono scomparsi, tredici sono stati arrestati e altri undici licenziati per ciò che avevano scritto.

A farne le spese non sono solo i giornalisti ma anche le due più importanti testate di Pechino, il Bejing News e il Beijing Times, entrambe passate recentemente, al diretto controllo del locale ufficio di propaganda. La causa scatenante di un gesto di tale portata pare siano stati dei servizi troppo critici pubblicati dalle due testate, i servizi in questione trattavano del tragico incidente avvenuto sulla linea ferroviaria ad alta velocità a Wenzhou e dell’indignazione popolare conseguente al tragico accaduto. La censura che ne conseguì non frenò comunque i giornalisti del Beijing News dall’esprimere pareri al riguardo, dedicando la prima pagina del proprio giornale ad un prezioso piatto della Città Proibita che si era frantumato in sei pezzi, creando delle analogie con i sei vagoni del treno.

Azioni di questo genere rendono evidente un cambiamento inarrestabile con il quale lo stesso partito comunista deve fare quotidianamente i conti,  il popolo cinese non può più essere controllato nelle sue azioni e nei suoi pensieri, la popolazione sta cominciando ad abituarsi a scendere in piazza per proteggere i propri diritti e le proprie libertà.

Evitare l’inarrestabile regresso dell’immagine forte e coercitiva del partito comunista cinese si è rivelata un’impresa ardua, l’unico modo per riacquisire rispetto era partire dalle scuole, soprattutto quelle materne, creando  corsi di “educazione al rispetto” i migliori studenti di questo corso avrebbero potuto accedere a 100 giorni di lezioni di “galateo e integrità morale” e solo alla fine avrebbero potuto essere dichiarati “figli della Cina”.

Attivisti e genitori hanno rifiutato di seguire questa tipologia di metodo educativo, temendo però che le continue proteste potessero suscitare repressioni violente.

L’unico modo per poter sfuggire a queste problematiche è andar via dal proprio paese, emigrare verso altri luoghi. Per questa ragione buona parta dei cinesi ricchi hanno deciso di investire il proprio denaro in città Occidentali acquisendo “la cittadinanza in cambio di investimenti”.

Potremmo valutare questi piccoli ma inesorabili cambiamenti una svolta per la Cina  e un possibile motivo del crollo dell’autorità politica?

Federica Prota

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